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Ex Ilva, governo e Mittal alla firma. Ma esplode la protesta dei tarantini

Ex Ilva, governo e Mittal alla firma. Ma esplode la protesta dei tarantini

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Ex Ilva, governo e Mittal alla firma. Ma esplode la protesta dei tarantini

Operai dello stabilimento ArcelorMittal Italia di GenovaL’intesa prevede l’ingresso di Invitalia in AmInvestCo. I sindaci pugliesi consegnano il tricolore al prefetto Gilda Ferrari

09 Dicembre 2020

Genova – Il tavolo istituzionale di Taranto che slitta all’ultimo momento per volontà del governo. I sindaci dell’area tarantina guidati dal collega Rinaldo Melucci che, insieme al presidente della Provincia Giovanni Gugliotti, consegnano le fasce tricolore al prefetto Demetrio Martino in segno di protesta. Le colonne doriche listate a lutto con lunghe lenzuola nere, le bandiere a mezz’asta. Vigilia di tensione e rabbia a Taranto, in attesa dell’accordo che governo e ArcelorMittal dovrebbero firmare entro domani per l’ingresso di Invitalia in AmInvestCo al 50%.La Puglia di Michele Emiliano è determinata a mettersi di traverso, contesta l’accordo e il relativo piano industriale. Gli enti locali pretendono di essere coinvolti, vogliono discutere i loro piani alternativi per il siderurgico di Taranto: uno prevede la dismissione totale delle lavorazioni a caldo, l’altro una produzione di coils esclusivamente con forni elettrici. Due progetti che il sindacato non condivide, tant’è che i segretari di Cgil, Cisl e Uil avrebbe disertato il tavolo istituzionale, se si fosse tenuto, mentre i metalmeccanici di Fiom, Fim e Uilm avrebbero partecipato ma per ribadire la loro contrarietà a «progetti che mettono in discussione l’esistenza del siderurgico».Dopo 25 anni di esperienza privata, iniziata nel 1995 con la vendita alla famiglia Riva per 2.500 miliardi di vecchie lire e terminata con l’aggiudicazione della gara post-commissariamento ad ArcelorMittal, l’accordo sancisce il ritorno dello Stato nel siderurgico. AmInvestCo avrà dapprima un assetto paritetico fifty-fifty: Intesa Sanpaolo ha già venduto il 5,6% che deteneva, Invitalia entrerà al 50% con una ricapitalizzazione di 400 milioni e Mittal resterà con l’altro 50% sino a giugno 2022, quando secondo lo schema lo Stato dovrebbe salire al 60% attraverso un secondo aumento di capitale. Il piano industriale prevede di tornare a una produzione di 8 milioni di tonnellate nel 2025 con l’altoforno 5 revampato, l’altoforno 4 in funzione, un forno elettrico e due impianti di preridotto. Investimento stimato 2,1 miliardi, cifra che gli esperti giudicano «non sufficiente» e che secondo quanto ricostruito sembrerebbe interamente a carico dello Stato. Dal 2021 in poi è previsto l’uso di cassa integrazione per 3.000 dei 10.700 addetti, a scalare. I 1.700 di Ilva As sono fuori dal progetto. Il sindacato è impaziente di iniziare il negoziato. Rispetto alla questione tarantina, secondo i segretari confederali, «duplicare i tavoli di trattativa al di fuori di una strategia progettuale costituirebbe una pericolosa deviazione che esporrebbe al rischio di ulteriori contrapposizioni già in fase di avvio di questo nuovo progetto, indebolendolo». Ma è proprio questo che Taranto vuole: indebolire l’accordo, rivendicare una decarbonizzazione totale. In audizione alla Camera, ieri le segreterie dei metalmeccanici hanno ribadito la loro netta opposizione agli esuberi.


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