Un macigno che farà sentire i sui effetti negli anni a venire e che porterà di nuovo in rialzo il rapporto tra spesa pensionistica e Pil. I numeri della Ragioneria generale di Stato parlano chiaro: Quota 100 costerà 63 miliardi da qui al 2036. E se fino allo scorso anno si era notata una riduzione dell’incidenza sul Prodotto interno lordo, questa riprenderà a salire mangiandosi il 15,9% della ricchezza nazionale.Nel dettaglio, nel biennio 2020-2021, la misura varata dal precedente governo gialloverde comporterà un aggravio pari a “0,5 punti” di Pil, che equivalgono a poco meno di 8,8 miliardi di euro l’anno, dopo di che scenderà progressivamente, ma in media si attesterà intorno allo “0,2”, corrispondente a circa 3,5 miliardi l’anno per diciotto anni. L’analisi della Ragioneria, contenuta nel rapporto sulle “tendenze di medio lungo periodo” del sistema previdenziale, dice anche altro: l’uscita anticipata a 62 anni di età e 38 di contributi comporta assegni più poveri rispetto a chi esce con 67 anni.

Quello che i tecnici chiamano il “tasso di sostituzione”, ovvero il rapporto tra l’ultima retribuzione e la pensione, risulta più basso di sei punti percentuali sia al lordo che al netto degli effetti fiscali. Fin qui quello che vale per i dipendenti del settore privato, per gli autonomi invece la perdita è di quattro punti. “Ciò è dovuto essenzialmente ad un coefficiente di trasformazione più basso legato ad una minore età di pensionamento”, spiega l’Rgs. L’ammanco sull’assegno è forse uno dei fattori che potrà riflettersi sul tiraggio di Quota 100, frenandolo. Non a caso al momento le richieste sono inferiori a quelle previste, consentendo risparmi.Il Decretone in materia di pensioni non solo permette di uscire prima ma congela anche l’anzianità rispetto alle dinamiche della speranza di vita, con il blocco a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne fino al 2026. Per la Ragioneria un terreno delicato, quello degli adeguamenti all’invecchiamento della popolazione. Nel Rapporto viene definito un pilastro del sistema, o meglio “una condizione irrinunciabile ai fini del perseguimento della sosteniblità”. Nonostante il ritocco apportato, con la disattivazione dell’automatico per sette anni, tuttavia il meccanismo tiene e, viene spiegato, “continua a costituire un ulteriore importante elemento sotto il profilo finanziario e dell’adeguatezza delle pensioni”. Ai sindacati l’analisi però non convince, la Cgil non usa mezzi termini: “come al solito secondo noi sovrastimate”.Il sindacato ammette che nei prossimi anni la spesa pensionistica non potrà che aumentare, a causa di effetti demografici, ma, assicura, “il sistema è in equilibrio”. E soprattutto, avverte la Cgil, “non si possono prendere a preteso questi dati per bloccare Quota 100”. Sulla stessa linea la Uil, per cui non c’è da temere, la nostra previdenza “è sostenibile”. Opposta invece è la visione dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero: è venuto il momento di “dire con chiarezza che l’esperienza di Quota 100 si chiude con il 2021”, sentenzia. (ANSA)

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